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venerdì 4 marzo 2016

Una Libia senza rete e il copione scritto da altri


Alberto Negri (Il Sole 24 Ore)

Map of Libia

   L’inverno del nostro scontento, della nostra frustrazione di media-piccola potenza, non finisce in Egitto con il caso di Giulio Regeni ma continua drammaticamente in Libia. Alle 18 e 34 di mercoledì 2 marzo, poche ore prima che i due tecnici della Bonatti venissero trucidati a Sabrata, un italiano di Misurata ci scriveva questo messaggio. «Da qui – raccontava il nostro “cane sciolto” – non vedo per niente bene la situazione. Banche ferme, economia in crollo verticale, mercato nero alle stelle e il rischio di rimanere intrappolati in un contesto in cui il sentimento antieuropeo – di pochi ma pesantemente armati e non soggetti ad alcuna legge – potrebbe cambiare il mio status di occidentale. I rischi crescono. Qui a Misurata sono stato trattato come un fratello ma gli stessi amici locali, sebbene dispiaciuti, mi stanno spingendo ad andarmene il prima possibile».
Questa è la Libia senza filtri. Qualunque missione militare in Libia è un rischio, fuori e dentro i confini del Paese, e soprattutto non aspettiamoci di essere accolti come “liberatori”: ci sarà sempre qualcuno che vedrà la presenza italiana e occidentale come un atto ostile.


Ma all’Occidente piace comunque avere una “narrativa” che è quella che ci siamo già bevuti in Afghanistan, con la lotta al terrorismo di George Bush jr. dopo l’11 settembre 2001. Oppure in Iraq, nel 2003, quando per abbattere Saddam un’intera nazione è stata abbandonata a una violenza senza fine. Così come ci siamo inebriati con le “primavere arabe” che, salvo l’eroica Tunisia, sono sprofondate nel caos o nella dittatura.
L’Italia ha seguito un copione tragico scritto da altri sperando di limitare i danni. E adesso vogliono persino la nostra partecipazione alla guerra del Siraq per la corsa alla liberazione di Raqqa e Mosul dove manderemo un contingente a difendere una diga: non risulta però che ci siano altri militari occidentali da quelle parti.
I motivi di questa politica estera così “ragionevole” ce le hanno spiegate fino alla nausea: prima abbiamo perso la guerra, poi dopo la caduta del Muro nell’89 siamo rimasti da soli seduti al tavolo degli sconfitti e gli Stati Uniti, con l’ombrello Nato, sono i nostri migliori amici perché ci risparmiano qualche bastonata degli altri alleati europei.
Chi ha osato alzare la testa come Craxi e Andreotti ci ha rimesso le penne, per non parlare di Mattei, come bene ci spiegò un ex presidente dell’Eni. Abbiamo dovuto regolarmente ingoiare il rospo, al punto di andare contro i nostri stessi interessi. Nei Balcani i nostri aerei hanno bombardato i serbi di Milosevic in Kosovo nel ‘99 ma anche la fabbrica della Zastava che la Fiat aveva costruito negli anni’60. Come migliore alleato degli Stati Uniti li abbiamo seguiti in Afghanistan e poi in Iraq con il sacrificio dei nostri soldati: ci illudevamo di essere ricompensati dai “dividendi della pace”. E dove sono? Nella disintegrazione del Medio Oriente e del Mediterraneo? Non solo, in un passato recente siamo sempre stati in prima linea a difendere le sanzioni a Mosca e Teheran: e con quali vantaggi quando gli altri facevano affari miliardari sotto il nostro naso?
La Libia per noi è una perdita secca, la maggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Gli alleati ci hanno fatto le scarpe non solo nel momento in cui la Francia, appoggiata da Usa e Gran Bretagna, ha attaccato Gheddafi nel 2011 ma anche dopo, quando la presenza italiana è stata sistematicamente boicottata: per informazioni rivolgersi all’ambasciatore Giuseppe Buccino, l’ultimo diplomatico a lasciare Tripoli.
In Libia l’Italia è stata costretta a bombardare un autocrate con cui aveva firmato 7 mesi prima accordi economici e di sicurezza stringenti: è puerile pensare che gli altri non si siano accorti della nostra debolezza. Ecco perché forse non sapremo la verità su Regeni. Adesso se vogliamo salvare gli altri due italiani in mano ai jihadisti e non piegarci agli interessi altrui dobbiamo stabilire che cosa vogliamo, altrimenti stiamo a casa oppure interveniamo soltanto con operazioni limitate.
Ma forse ci illudiamo che gli egiziani, il generale libico Khalifa Haftar e soprattutto la Francia, il “guardiano del Sahel”, chiederanno il nostro parere su cosa fare in Cirenaica e nel Fezzan? Vogliamo avere una buona politica estera, commisurata ai nostri interessi? Cominciamo dicendoci le cose come stanno, senza aspettare che ce le racconti il nostro “cane sciolto” da Misurata.

mercoledì 13 gennaio 2016

16 gennaio.Torniamo in piazza contro la guerra infinita

16 gennaio. Torniamo in piazza contro la guerra infinita

di Giorgio Cremaschi
(Contropiano del 13/1/2016)



Nella notte tra il 16 e 17 gennaio del 1991 le prime bombe e i primi missili della NATO e degli USA cadevano sull'Iraq. Era la prima guerra del Golfo, che avrebbe dato il via ad una guerra infinita, che come un fiume carsico a volte è parsa inabissarsi, soprattutto nell'attenzione delle varie opinioni pubbliche, per poi riemergere all'improvviso più ampia e devastante di prima.
Due antefatti avevano preparato l'intervento militare del 1991. Negli anni '80 Il conflitto in Afghanistan aveva schiantato l'Unione Sovietica mentre gli USA avevano armato il fondamentalismo islamico armato dei talebani e di Bin Laden. Contemporaneamente l'Iraq di Saddam Hussein, anche in questo caso con il sostegno USA, aveva intrapreso una terribile guerra contro la rivoluzione sciita in Iran. Come premio per i costi di questa impresa il dittatore iracheno aveva poi pensato di occupare il Kuwait, contando sul silenzio assenso del suo protettore. Che invece doveva tenere conto del suo primo alleato nella regione, l'Arabia Saudita di cui il piccolo stato petrolifero era una dependance, e che quindi non avrebbe potuto accettare il fatto compiuto.


Ronald Reagan il presidente più reazionario di tutto il novecento statunitense, l'interprete della svolta liberista e antisindacale nelle politiche economiche, fu responsabile della decisione di sostenere i talebani e Saddam Hussein. Reagan fu l'apprendista stregone che suscitò le forze che poi gli USA furono costretti a combattere, ma questo non vuol dire che la guerra iniziata nel 1991 sia stata in pura continuità con quelle precedenti. Le guerre alimentate da Reagan erano rivolte contro l'Unione Sovietica, in un recente talk show Edward Luttwak ha affermato che sostenere i talebani fu comunque un buon affare, perché servì a far crollare il comunismo. Ma nel 1991 la Germania era appena riunificata e l'Urss stava crollando, gli USA non avevano avversari. Una politica di pace dei vincitori avrebbe voluto che, dopo il crollo dell'avversario, la NATO fosse sciolta e il disarmo proclamato. Invece si fece l'esatto contrario. La NATO fu rafforzata come strumento di potere mondiale e le spese militari incrementate. Così la guerra che iniziava nel 1991 affondava le sue radici nel passato, ma era collocata in una dimensione nuova. Essa era un conflitto del Medio oriente che in realtà coinvolgeva tutto il mondo, era un conflitto mondiale localizzato.
L'unica grande potenza rimasta costruiva una coalizione mondiale che riduceva l'ONU a misera sede di ratifica delle decisioni già prese. E proprio per affermare il proprio ruolo egemone sul nuovo ordine nel pianeta , gli USA dovevano dare a Saddam una lezione che imparassero tutti. Allora si inventò il mito della grande minaccia incombente, gli intellettuali e i mass media furono messi in campo per spiegare che un nuovo Hitler era comparso e che non si poteva cedere a lui come fecero invece le potenze occidentali di fronte al Führer nel 1938. La guerra diventò ordinatrice, democratica, umanitaria, contro il terrorismo. E questa follia ipocrita ci ha accompagnato fino ad ora. Le parole di guerra di allora son le stesse di oggi, a qualche telegiornale potrebbe essere cambiata la data di 25 anni e sarebbe difficile cogliere la differenza.
Il 1991 fu percorso da una vasta mobilitazione pacifista, che durò e si rafforzò per tutto il decennio, al punto che alle soglie del 2000 il New York Times definì il movimento contro la guerra la seconda potenza mondiale. (..segue)

domenica 15 novembre 2015

La Francia paga il duro salario della guerra di incivilta'

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    Ciò che impaurisce, allarma e indigna nella strage di Parigi non è il numero dei morti, ma l’impossibilità di spiegarla. Sono i penosi contorcimenti dei leader e dei media occidentali nel prendere atto della mattanza tentando di contenerla nella minuscola cassetta degli attrezzi del discorso pubblico e della più elementare propaganda di potere fin qui esercitata. Lasciando intatta la menzogna che occupa lo spazio della comprensione.
Ma solo sgombrando il campo dalle mistificazioni di cui siamo vittime quotidiane si può comprendere il perché della strage e il perché di Parigi. Certo non può farlo Hollande che ieri è comparso in Tv con la faccia impaurita del ragioniere che ha in casa la finanza, né gran parte del milieu politico francese connivente e men che meno Obama e Cameron, complici e soci nell’affaire siriano. Avrebbe dovuto farlo quell’intellighentia che in Francia è tornata in grande stile alla corte di Versailles e l’informazione mainstream se non fosse stata comprata in blocco dal potere che conta. Il presidente francese avrebbe dovuto spiegare – al di là dei finanziamenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar – perché la Francia è diventata la calamita del terrorismo e fare mea culpa assieme a Sarkozy e a un ceto politico insignificante che ha pensato di superare la crisi di consenso innescata dalla crisi economica e dal ruolo subordinato della Francia, mettendo in piedi un anacronistico e sgangherato progetto neo colonialista.
Un clima così distorto  e denso di nequizie che ha indotto l’ex presidente Valéry Giscard d’Estaing, ascoltato consigliori in occidente, a proporre il 27 settembre scorso che l’Onu concedesse una sorta di mandato amministrativo sulla Siria con la Francia in posizione guida al fine di rovesciare Assad. E questo quando la Russia era già intervenuta militarmente. Ma facciamo un passo indietro tornando al 2010 quando su impulso della segretaria di stato Hilary Clinton ( è questo già illustra che tempi ci attendono) Francia e Inghilterra firmano  una sorta di intesa, detta di Lancaster House, in cui viene stabilito che le forze dei due Paesi attacchino Libia e Siria il 21 marzo 2011. E la Francia, con Sarkozy che scende nei sondaggi,  freme a tal punto da anticipare di due giorni l’attacco a Tripoli, mentre per la Siria  salta tutto a causa di un ripensamento americano.. (segue)

sabato 3 ottobre 2015

Effetti collaterali di bombe intelligenti

Kunduz
"Gli edifici dell'ospedale erano avvolti dalle fiamme...i pazienti che non riuscivano a muoversi sono morti carbonizzati nei letti"
"In Terapia Intensiva 6 corpi bruciavano nei loro letti...sul tavolo operatorio un altro paziente, morto, intorno solo distruzione (Stefano Zannini, Medici Senza Frontiere)




mercoledì 5 agosto 2015

Un pianeta da nutrire


Ciao, abbiate pazienza, temi un po' pesanti e fa pure caldo ma m'è capitato di sentir alla radio l'articolo di Lester Brown (scrittore ambientalista, ospitato varie volte anche sul blog di Grillo) che secondo me è la chiave per capire non solo quello che già sta succedendo e che ci inquieta non poco (clima, migrazioni, cibo, acqua, energia, guerre ecc.) ma soprattutto quello che sicuramente succederà nei prossimi anni se non prendiamo coscienza, noi e i governi di tutto il mondo. Obama s'è dato una mossa in previsione della conferenza di Parigi, ora vediamo gli altri, compresi noi. Il papa si è dato una mossa prima ancora, cercherò di leggere l'enciclica.
Potete ascoltare l'intervento su Radio Radicale o leggerlo in pdf sul sito dell'Aspen Institute al link a destra.


Un pianeta da nutrire


La scarsità alimentare pone nuove minacce alla sicurezza mondiale. L’agricoltura si deve attrezzare per rimanere al passo con la crescita della popolazione globale, compensando la perdita di suolo fertile. La sfida va oltre le coltivazioni: per evitare il collasso del sistema alimentare servono cambiamenti radicali che riguardano tutta la società e il nostro concetto di sicurezza.



La "Grande Siccità" del 2012, negli Stati Uniti, ha fatto salire i prezzi del mais ai massimi storici; eppure le quotazioni dei prodotti alimentari sul mercato globale, già raddoppiate nel corso dell’ultimo decennio, sono destinate ad aumentare ancora, scatenando così una nuova ondata di rivolte per il cibo.
La penuria del raccolto di mais registrata anche quest’anno non farà che accelerare la transizione dall’era dell’abbondanza e dei surplus a un’era di scarsità cronica. L’impennata dei prezzi alimentari si accompagna a una sempre più intensa competizione internazionale per il controllo della terra e delle risorse idriche.
In questa nuova realtà globale, l’accesso al cibo si sostituisce all’accesso al petrolio quale preoccupazione principale dei governi. Il cibo è il nuovo petrolio, la terra
la terra è il nuovo oro: benvenuti nella nuova geopolitica alimentare.

I NUOVI CARNIVORI.
Per gli americani – che spendono solo il 9% del proprio reddito per il cibo – il prezzo raddoppiato dei prodotti alimentari non è un grosso problema. Per coloro che, invece, impiegano il 50-70% del budget disponibile per la spesa alimentare, è un danno grave. Questi ultimi hanno ben pochi margini di manovra per compensare l’aumento dei prezzi spendendo di più: devono mangiare di meno.
Con i prezzi in aumento, molte delle famiglie più povere del mondo avevano già ridotto i consumi alimentari a un pasto al giorno. Purtroppo, in un’alta percentuale di casi non possono più permettersi neppure quello. Così milioni di nuclei familiari danno ormai per scontato che ogni settimana dovranno trascorrere giornate intere senza cibo.....






lunedì 16 febbraio 2015

A Tripoli! Bel suol d'amore




Scusate, la metto un po' in burla con la canzone del fascismo, in realtà sono discretamente presa dall'ansia dei tempi (e VFKL non ci si può rilassare un attimo!): non ci si crede come la situazione sia precipitata mentre mezza Italia era di fronte alla tv a guardare Sanremo (io no, non per snobismo, ma perché Carlo Conti e Albano & Romina proprio non li reggo), mentre si avevano notizie di nuovi sbarchi dopo i morti di qualche giorno fa al largo, neanche tanto, delle nostre coste. Magistrale il servizio di Gazebo stasera #ilmolo di 'Zoro' con la sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini e Carlotta Sami dell'UNHCR mentre aspettano gli sbarchi (qui dal minuto 27')
Orribile le immagini degli uomini che stanno per essere giustiziati dai boia dell'Isis i quali, dopo le dichiarazioni del ministro Gentiloni l'altro giorno, hanno detto che sono a sud di Roma, in senso geografico ma non solo..
La ministra della difesa Pinotti ha annunciato che sarebbero pronti 5.000 soldati.
A fare che, con chi? ..I ministri riferiranno alle Camere giovedì.
Io metto intanto qualche articolo per cercare di capire insieme a voi quello che succede o che potrebbe succedere.


Perché la Libia è un caso disperato, su Limes
Contro l'intervento militare in Libia, Lista Tsipras
Isis e terrorismo, Il Simplicissimus
Morire per Sirte? di Gennaro Carotenuto
Un'azione militare rischiosa e non sostenibile (video) Romano Prodi,

lunedì 19 novembre 2012

We are all Palestinians

La guerra è sempre una tragedia, ma una guerra in cui tra le vittime ci sono bambini di pochi mesi è anche una tragedia della stupidità, perché è l'opinione pubblica internazionale, quella fatta di singole persone con un'anima, che inorridisce e si ribella, soprattutto non avendo dimenticato lo scempio dell'operazione Piombo fuso (dicembre 2008)..
 - Sit in a Roma davanti Montecitorio, manifestazioni a Milano (foto), L'Aquila, Salerno, Padova, Udine, Bologna, Firenze, Pisa, Viareggio, Follonica, Cagliari e Palermo  ecc. altre previste per i prossimi giorni (qui)
- cortei in Scozia (video) e molti altri paesi del mondo (qui)
- petizione di Avaaz per il riconoscimento dello stato di Palestina
- boicottaggio dei prodotti israeliani (il codice a barre inizia per 729) qui qui e altri
- boicottaggio dei mondiali europei di calcio Under 21 che si terranno a Tel Aviv in giugno.  Obama, premio Nobel per la pace "una scarpa e una ciabatta" (sempre meglio di Romney ovviamente, ma sempre presidente Usa) è con Israele ma dice di evitare una escalation militare.. (Rainews24).   Speriamo soprattutto nell'intermediazione dell'Egitto.  
 
 

giovedì 13 settembre 2012

Sam Bacile più che imbecille prezzolato

Un film di quel tipo (su quel tema e in quel modo) da 5 milioni di dollari .. non può farlo solo un imbecille, c'è dietro qualcosa (qualcuno) di più pesante..
Condivido l'articolo di Adriano Sofri su La Repubblica di oggi, 'Quell'irresponsabile parodia del Profeta'.  Il trailer.
Che il cielo (uno qualsiasi) ci assista.

giovedì 19 luglio 2012

Catalogo del 19 luglio (2012)

Meglio, oggi, scorrere solo i titoli. Poi, ognuno può mettersi a pensare, riflettere, analizzare, dissezionare, fantasticare.
Sono passanti vent’anni dalla strage di via D’Amelio. Strage in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Sulla strage e sui depistaggi si continua a indagare, ancora oggi, proprio negli stessi anni e mesi in cui si indaga sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia. Consiglio il bel documentario di Maria Grazia Mazzola, andato in onda in un orario inqualificabile (visto il tema) nello Speciale TG1. Documentario commovente e durissimo, a un tempo.
A Damasco, il regime guidato da Bashar el Assad sta implodendo. E lo si vede dalle defezioni interne e dalle complicità dentro le forze di sicurezza che hanno reso possibile l’attentato di ieri al cuore del potere. L’insurrezione è arrivata nella capitale, l’Occidente – come al solito – non sa che fare, i civili siriani stanno pagando da un anno e mezzo un prezzo altissimo. E i vicini della Siria non riescono ancora a comprendere come si dovranno muovere, dopo la caduta di Assad.
Morte a Burgas, polemiche a Tel Aviv. Non c’è ancora nessuna rivendicazione, per l’attentato che ieri pomeriggio nella località turistica bulgara ha provocato almeno 7 morti (di cui 6 israeliani) e 34 feriti. Attentato che – per le modalità – ha ricordato in Israele gli anni dolorosi degli attacchi suicidi sugli autobus. Ma le autorità politiche israeliane hanno pubblicamente indicato un colpevole, già ieri pomeriggio. Il premier Benjamin Netanyahu ha subito detto che tutti “gli indizi portano all’Iran”, aggiungendo anche che Israele reagirà con forza all’attacco del terrorismo globale iraniano”. ..
(...)
Rossella Urru è stata finalmente liberata. Era ora.

(su :  http://invisiblearabs.com/?p=4785 )